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Il Cognitivismo: Craick, Hebb, Neisser, Miller

Possiamo far risalire le origini del cognitivismo ai primi esperimenti di un giovanissimo psicologo di Cambridge, K.J.W. Craick (1947). Lo studioso inglese fu il primo a ipotizzare nella mente umana l’esistenza di un meccanismo per l’elaborazione dell’informazione e per prendere decisioni.

Pertanto, si affermava che l’uomo poteva essere concepito come un elaboratore d’informazioni con un funzionamento di tipo discreto e che il meccanismo decisore era unico e, pertanto, non potevano essere eseguite più cose alla volta.

Le Variabili intervenienti

D.O. Hebb (1904 – 1985) si interessò di quelle che vengono definite le “variabili intervenienti”, ovvero tutti quei procedimenti mentali che si interpongono, all’interno dell’individuo, tra lo stimolo e la risposta, processi che vengono definiti di “mediazione” (Hebb, 1949).

Hebb tentò inoltre una spiegazione dei processi di mediazione interna del sistema nervoso in termini neurofisiologici, iniziando così quella tradizione tipicamente cognitivista di creare modelli di funzionamento che, di volta in volta, possono far riferimento a una diversa idealizzazione del sistema nervoso in termini ad esempio di circuiti di elaboratori o di centraline telefoniche.

Miller: dai limiti dell’elaborazione al modello T.O.T.E.

Sulla scia degli esperimenti di Craick si innestano le dimostrazioni fornite dallo psicolinguista americano G.A. Miller (1920 – 2012), in merito ai limiti del sistema umano di elaborazione dell’informazione. Per lo studioso americano, tale sistema ha un limite costituito dalla quantità di informazione massimamente elaborabile in una volta che Miller fissava in 7 “pezzi” (chunks) di informazione da elaborare all’interno di una stessa attività cognitiva.

Partendo da tali considerazioni Miller, in collaborazione con uno psicologo matematico, E. Galanter, e un neuropsicologo, K.Pribram, tentò, in piani e struttura del comportamento del 1960, di dare alla psicologia un’unità di analisi differente dal riflesso comportamentista. L’unità proposta dai tre autori fu definita piano di comportamento, anche detta unità TOTE consistente in quattro fasi: Test-Operate-Test-Exit.

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